lunedì 29 ottobre 2018

10 anni: Infinito e ritorno.

Venerdì 31 10 2008

“Ciao frate, siamo all’ultimo chilometro, forse qualche centinaio di metri ancora. Abbiamo deciso di trovarci verso sera, per un ultimo saluto, qui all’Advar”
La frase mi era entrata dentro al corpo. Una sensazione di calore e di angoscia insieme. Una lama calda che taglia il burro senza resistenza per poi finire sul ripiano duro del piatto. 
Quindi siamo alla fine del viaggio. Siamo arrivati in porto, l’ultimo nodo è arrivato al pettine.
Mi presentai, con mia moglie, Elena dai nonni. Venivo attraversato dal misto dell’odore asettico, acre dei disinfettanti e quella sala che voleva essere accogliente a tutti i costi, con qualche gioco sul pavimento per intrattenere forse i più piccoli e quei divani e poltrone di tinte diverse tra il verde e il blu, rese sbiadite da una luce incerta anche se forte, diffusa dovunque.
Saluti, abbracci, sorrisi forzati. E’ giusto il momento. Tocca a noi. Rimango con discrezione vicino ai miei amici di sempre, aspettando chi, prima di me, aveva trovato il coraggio di andare, di camminare per il corridoio, di entrare nella stanza, inconscio di quanto poteva aspettarsi, con i suoi dubbi e le sue preghiere in mano, con la sua fragilità in bella vista, senza rete, con l’ingenuità dei bambini di fronte a qualcosa di più grande e inspiegabile, con la rabbia di chi sente di non aver fatto mai abbastanza, con l’ansia di doverlo riprovare. 
Sento vociare e mi avvicino all’atrio, dove vedo la sofferenza di chi non riesce nemmeno ad avvicinarsi alla porta. Di chi, sopraffatto dal dolore, piega le gambe e si lascia cadere nelle braccia forti di chi è vicino, che con amore e comprensione era li per questo. 
“Non ci riesco, mi dispiace”, tra le lacrime, “non voglio essere qui”. Non vuoi, ma io capisco che non vuoi metterti a ragionare per capire. Non puoi capire, non occorre. Questo è solo un luogo, i momenti per i ragionamenti ci sono stati e le azioni intraprese. Giuste o sbagliate sono state decise e quindi sono andate così come sono venute.
“Vai tu?”, pronunciato verso di me con una delicatezza ed una dignità tale che solo un madre può avere nei confronti del figlio che ha generato e che accompagnerà fino alla fine. Non vorrei mai fare un passo, se questo potesse fermare il tempo. Madre mia, anche se non lo sei, io mi fermo se questo potrà darti ancora tempo prezioso per baciare, abbracciare, adorare e proteggere il tuo bambino. Il mio tempo lo dedico a te, madre mia. Non sono nulla, ma anche un secondo del mio nulla potrebbe essere un vita di rimpianti e di rimorsi che non voglio tu abbia. Non sono nulla per condividere il dolore immenso che tu affronti, ma se questo secondo lo lenisse anche in parte io resterò qui fermo, impassibile, un muro di carne ed ossa e di pensiero per contrastare l’inconsistenza cinica dell’oblio che sta arrivando. Nulla possono le mie difese silenziose agli occhi di una mamma che sa riconoscere gli intenti veri di un giovane amico di suo figlio. I miei occhi tradiscono l’emozione, che rimbalza come la pallina di un flipper tra le sensazioni della mente e del corpo, e la saggezza di lei mi da l’energia per superare tutti i dubbi. “Vai, Antonio, vai, ti sta aspettando”.
Alzo la testa dal suo sguardo, dirigendo la vista verso il corridoio. Mi sta aspettando, chi sono io per farlo attendere ? Cammino, ed ogni passo si ferma, come in una sequenza di scatti al rallentatore, fotogrammi che immortalano l’inevitabile. I suoni spariscono, il cuore segna il tempo, battendomi ferocemente sul petto, unica sensazione viva di una mente che con tutte le sue forze combatte per non vedere la realtà. Passo dopo passo, fotogramma dopo fotogramma, metro dopo metro, istante dopo istante sono arrivato. Sono alla porta, vedo dentro, vedo blu, vedo il letto. “Vieni, non aver paura, ti sente”. 
Qualche passo ancora. Gli occhi a lui. Lo guardo con tutti i miei occhi possibili.
“Amico mio”. Un sussurro, roco, rotto, distrutto, disfatto, impotente, sconfitto. “Amico mio”
Un sussulto, con gli occhi chiusi e la mano piegata verso la fronte. No, amico mio, non agitarti. So che mi senti, so che sai, sai che so. Ti vedo sofferente, dammi un pò di te. Non trovo il coraggio di baciarlo, perché anche solo una minima pressione sul corpo martoriato potrebbe essere peggio di aver sentito la mia voce. E so anche che quel corpo non è più il suo. Sento che vuole andare via, che qui è rimasta solo la sua anima. Ancora legata profondamente a tutte quelle nostre, ma chiusa in un ammasso di dolore che non gli appartiene più. E’ ora di lascarti andare. E’ ora di non farti sentire il peso che lega le caviglie della tua libertà, che tarpa le ali al volo verso la Luce. Vai, amico mio, vai. Ricordati di me amico mio, ma vai. Cosa aspetti, la mamma vero ? Vado via, ma non andrei mai. Si lo so, non è quello che ho detto a tua mamma prima, ma non vorrei andare. Tienimi con te un altro pò, almeno il tempo per farti le mie scuse, almeno il tempo per un altro spritz, il tempo per un altro discorso, il tempo per un altro sorriso, per un’altra battuta, un’altra sigaretta, il tempo per un’altra ora che non c’è. Si, amico mio, vado via. Non sono io, amico mio, sono le mie gambe che non si muovono. Le do a te che non riesci più a camminare. Non sono io amico mio, ma la mia testa, che ha sete ancora della tua, dei tuoi pensieri, dei tuoi ragionamenti, della tua ironia, della tua intelligenza, del tuo sole, il sole che splendeva negli altri, anche in me. Si, amico mio, vado via, ma non riesco. Non ti vedo più amico mio, ma come deve essere stata dura entrare nel buio. Ti basta vedere attraverso l’acqua delle mie lacrime ? Si, amico mio, ora le asciugo, tanto tu non ne hai più bisogno. No, amico mio, non piango per te, piango per me. Ti porti via una parte di me, ma io mi tengo una parte di te. Per sempre.
Va ben, Ceo, se ‘asemo come sempre, se ‘asemo come i fioi, se ‘asemo come i cani, vienme a trovar co te pol.
Un altro sguardo amorevole mi comprende, perché non è finita finché non è finita, perché una sorella sa, conosce, capisce, perché una sorella protegge. Sempre. Mi mette una mano sulla spalla per accompagnarmi, per aiutare quel briciolo di forza che mi è rimasta per uscire, sapendo che mai sarei rientrato, sapendo che mai più lo avrei visito, mai più avrei potuto sperare. Il calore della sua mano mi aiuta, mi passa attraverso l’anima come una assoluzione, mi lava la paura di dover fare ancora qualcosa. Ora, quello che davvero si può fare è lasciarlo andare. 
Esco, senza rendermene conto, senza portare un sasso come ricordo, senza una vista da imprimere come una cartolina nella mia mente. I ricordi arriveranno, le foto le ho scattate tutte, sono solo riposte, per difendermi, per proteggermi. E tra i meandri stretti della mia mente, dove nemmeno un pensiero fatto a rivolo d’acqua riesce a penetrare, qualcosa di grandioso riesce a perforare quello scudo costruito in fretta e furia solo per salvarsi dall’impotenza. Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla, iudicandus homo reus. Ma quale reo, di cosa, Signore, di cosa è reo, di amare ? Di amare la sua bambina, sua moglie, i suoi amici, la sua famiglia, sua mamma ? Allora siamo tutti colpevoli. Io sono colpevole. Giudicate me. Colpevole secondo l’accusa. Ma dentro, mentre la melodia di perfezione assoluta di Mozart mi assale l’anima, mi sconquassa dappertutto, mi sbatte a destra e a manca come a svegliarmi dal torpore del dolore, sento le stesse note che cambiano, nella modulazione maggiore, dove un oboe riprende la linea del canto e mi ridona la pace: Huic ergo parce, Deus: Pie Jesu, Domine. Abbi pietà di lui, fagli il sonno lieve, fallo sentire a casa, stringigli la mano, abbraccialo da parte mia, con le tue braccia di Luce e di Carità. Le note non si spengono in testa, come a perdonare me e a perdonare tutti, per la rabbia, per il disincanto, perdonare la follia della vita, che anche quando è così insopportabile, ti urla che va vissuta, fino in fondo, fino all’ultimo secondo. 
Attraverso il giardino sommerso dal buio, ormai freddo ed umido come nei pomeriggi di Ottobre, la luce dei fari del parcheggio illumina la mia auto. Salgo. Non riesco a dire una parola. Potrei, dovrei forse, ma non riesco. Dentro l’auto è ancora più buio, più freddo, più umido. Acqua dentro alle ossa. Sabbia nella lingua. Guido senza sapere bene dove andare, solo con la consapevolezza di riabbracciare la mia bambina. Unico faro di speranza, in un mare tempestoso di dolore.
Chissà quanti prima di me, chissà quanti come te, chissà quanti dopo di noi. Inutile pensarci, non così almeno. Le energie bisogna trovarle per alimentare quel lumicino di vita che anche questa vicenda porta con se. Perché se si alimenta diventa un fuoco. Un fuoco che scalda le castagne e il vin brulè, un fuoco che alimenta il caminetto di casa, il fuoco delle grigliate con gli amici, il fuoco che accende il sigaro della vittoria, il fuoco che ridona la passione, il fuoco del sapere, il fuoco della Fede. “Non spegnerlo, non lo fare”, mi ripeto come un mantra, mentre il mio amico fa un altro passo verso la porta per l’infinito. 



Ognissanti. 
“Prendi le braci che lui ti lascia, soffiaci sopra, ravvivale, attraverso l’infinto, per sempre”.

Nessun commento:

Posta un commento