Pochi giorni fa ho messo una finestrella completamente nera come foto del profilo personale di Facebook. Era un modo per riesumare il "lutto". Il simbolo nero, che sta a significare la morte, il colore della perdita, e il simbolo del ricordo, come si mettono gli sportivi attorno al braccio.
Normalmente il lutto si tiene per un periodo. Sono antichissime e di moltissime culture i periodi di lutto. Mia nonna ha portato il lutto per più di 24 mesi quando è morto mio nonno. Una sorta di espiazione, di rispetto per il caro estinto, una manifestazione di dolore che non se ne va tanto in fretta, ma che ha bisogno di tempo per essere assimilata e maturata. Ci sono esempi di lutto anche oggi, anche se non propriamente tali, ma reali, nel senso che chi rimane non trova pace e che il colore nero pervade la sua anima e la sua esistenza al punto da risultare vestito a lutto per sempre.
La perdita di una persona amata può davvero cambiare la nostra vita, finché non troviamo un altro equilibrio (se mai ci riusciamo) e passiamo ad un altro (e più alto) grado di esistenza.
Perché allora il lutto su FB ? Mi è morto un parente forse ? No, fortunatamente, ma sfortunatamente è come se me ne avessero strappato ogni giorno qualcuno. Mai visto prima, mai conosciuto, mai sentito o incontrato, mai nemmeno contattato in alcun social network.
Non riesco nemmeno più a contare gli episodi di morte e di tristezza che si sono susseguiti in questo periodo, ma sono tanti. Io annovererei tra questi anche quelli di violenza a se stessa, di arroganza, di odio, di tensione, di depravazione, di malessere, ingiustizia e disincanto.
La cosa più terribile, e temibile, è la ricerca spasmodica del giusto e della ragione. Una corsa assurda e asfissiante alla verità, che si confonde sempre e inevitabilmente con l'opinione. L'Opinione di giornalisti, cronisti, pensatori, filosofi, scienziati antropologi, psicologi, populisti del network, blogghisti, compagni di merende e sprizzettari da bar, che, come la pallina di un flipper, ci sbatte a destra a manca tra muri di gomma, abbagli, alibi e moventi totalmente virtuali.
Rimbalziamo senza sapere realmente cosa sia successo, ma soprattuto perché sia successo, con una idea vaga e incerta di cosa fare per diminuire tali episodi di sofferenza, ma con il costante sapore amaro del fallimento dell'essere umano.
Tutto questo finisce per diserbare inevitabilmente anche i più piccoli virgulti di speranza, per lasciarci in un campo deserto e arido. Quello che un tempo era un tappeto erboso, magari rimescolato da aratri impazziti, ma pur sempre ricco di zolle da riseminare, oggi è secco perfino per radici molto profonde, sabbioso e morto, e il colore verde (speranza) sembra proprio sbiadire e svanire, dapprima in aiuole protette, poi nemmeno in quelle.
Io non ci tengo minimamente a diventare parte di questo deserto, ma soprattutto non ho intenzione di darlo in dote ai miei figli. Quindi provo a scavare per trovare una fonte d'acqua che possa ribaltare l'inevitabile follia di una guerra, che con la sua profonda distruzione finisce per far sprofondare i deserti e far riaffiorare la terra nuda, ma coltivabile. Scura, bruna, umida, brulla ma substrato per la rinascita.
La fonte deve per forza essere la nostra storia e il radicarsi dei nostri valori. Noi siamo ciò che eravamo, per cui per tornare li dove abbiamo fallito, e trovare un'altra strada, dobbiamo per forza voltarci e concentrarci su idee semplici e meno complicate di permissivismo, lassismo, garantismo e globalizzazione. Tornare a conoscere e a rispettare le differenze, senza bollarle di razzismo come gioco semantico assurdo, ma nemmeno a barattarle per l'incapacità e la debolezza di sottolinearle e giudicarle. Tornare a studiare al concetto dello studio, allo sport e al concerto di sport, al gioco e al suo concetto, all'economia e al suo concetto, allo Ius e al suo profondo ed inestimabile valore, a tutte le forme d'arte e a quello che esprimono in termini di fantasia, intelligenza e capacità dell'Uomo. Alla fine al concetto di libertà e a come questa si possa configurare in molteplici diritti senza MAI perdere la sua essenza.
E 'un percorso arduo e difficilissimo, che comincia con la consapevolezza della morte. Ecco perché il lutto. Volevo sensibilizzare il fatto che essere consapevoli della morte (in tutte le sue forme, anche quelle scambiate per vita), obbliga a prendere il percorso inverso. Altrimenti la spugna l'abbiamo già gettata e lasceremo ai nostri occhi il disincanto di vedere la fine di un film conoscendone il finale.
Io no.

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