lunedì 29 ottobre 2018

10 anni: Infinito e ritorno.

Venerdì 31 10 2008

“Ciao frate, siamo all’ultimo chilometro, forse qualche centinaio di metri ancora. Abbiamo deciso di trovarci verso sera, per un ultimo saluto, qui all’Advar”
La frase mi era entrata dentro al corpo. Una sensazione di calore e di angoscia insieme. Una lama calda che taglia il burro senza resistenza per poi finire sul ripiano duro del piatto. 
Quindi siamo alla fine del viaggio. Siamo arrivati in porto, l’ultimo nodo è arrivato al pettine.
Mi presentai, con mia moglie, Elena dai nonni. Venivo attraversato dal misto dell’odore asettico, acre dei disinfettanti e quella sala che voleva essere accogliente a tutti i costi, con qualche gioco sul pavimento per intrattenere forse i più piccoli e quei divani e poltrone di tinte diverse tra il verde e il blu, rese sbiadite da una luce incerta anche se forte, diffusa dovunque.
Saluti, abbracci, sorrisi forzati. E’ giusto il momento. Tocca a noi. Rimango con discrezione vicino ai miei amici di sempre, aspettando chi, prima di me, aveva trovato il coraggio di andare, di camminare per il corridoio, di entrare nella stanza, inconscio di quanto poteva aspettarsi, con i suoi dubbi e le sue preghiere in mano, con la sua fragilità in bella vista, senza rete, con l’ingenuità dei bambini di fronte a qualcosa di più grande e inspiegabile, con la rabbia di chi sente di non aver fatto mai abbastanza, con l’ansia di doverlo riprovare. 
Sento vociare e mi avvicino all’atrio, dove vedo la sofferenza di chi non riesce nemmeno ad avvicinarsi alla porta. Di chi, sopraffatto dal dolore, piega le gambe e si lascia cadere nelle braccia forti di chi è vicino, che con amore e comprensione era li per questo. 
“Non ci riesco, mi dispiace”, tra le lacrime, “non voglio essere qui”. Non vuoi, ma io capisco che non vuoi metterti a ragionare per capire. Non puoi capire, non occorre. Questo è solo un luogo, i momenti per i ragionamenti ci sono stati e le azioni intraprese. Giuste o sbagliate sono state decise e quindi sono andate così come sono venute.
“Vai tu?”, pronunciato verso di me con una delicatezza ed una dignità tale che solo un madre può avere nei confronti del figlio che ha generato e che accompagnerà fino alla fine. Non vorrei mai fare un passo, se questo potesse fermare il tempo. Madre mia, anche se non lo sei, io mi fermo se questo potrà darti ancora tempo prezioso per baciare, abbracciare, adorare e proteggere il tuo bambino. Il mio tempo lo dedico a te, madre mia. Non sono nulla, ma anche un secondo del mio nulla potrebbe essere un vita di rimpianti e di rimorsi che non voglio tu abbia. Non sono nulla per condividere il dolore immenso che tu affronti, ma se questo secondo lo lenisse anche in parte io resterò qui fermo, impassibile, un muro di carne ed ossa e di pensiero per contrastare l’inconsistenza cinica dell’oblio che sta arrivando. Nulla possono le mie difese silenziose agli occhi di una mamma che sa riconoscere gli intenti veri di un giovane amico di suo figlio. I miei occhi tradiscono l’emozione, che rimbalza come la pallina di un flipper tra le sensazioni della mente e del corpo, e la saggezza di lei mi da l’energia per superare tutti i dubbi. “Vai, Antonio, vai, ti sta aspettando”.
Alzo la testa dal suo sguardo, dirigendo la vista verso il corridoio. Mi sta aspettando, chi sono io per farlo attendere ? Cammino, ed ogni passo si ferma, come in una sequenza di scatti al rallentatore, fotogrammi che immortalano l’inevitabile. I suoni spariscono, il cuore segna il tempo, battendomi ferocemente sul petto, unica sensazione viva di una mente che con tutte le sue forze combatte per non vedere la realtà. Passo dopo passo, fotogramma dopo fotogramma, metro dopo metro, istante dopo istante sono arrivato. Sono alla porta, vedo dentro, vedo blu, vedo il letto. “Vieni, non aver paura, ti sente”. 
Qualche passo ancora. Gli occhi a lui. Lo guardo con tutti i miei occhi possibili.
“Amico mio”. Un sussurro, roco, rotto, distrutto, disfatto, impotente, sconfitto. “Amico mio”
Un sussulto, con gli occhi chiusi e la mano piegata verso la fronte. No, amico mio, non agitarti. So che mi senti, so che sai, sai che so. Ti vedo sofferente, dammi un pò di te. Non trovo il coraggio di baciarlo, perché anche solo una minima pressione sul corpo martoriato potrebbe essere peggio di aver sentito la mia voce. E so anche che quel corpo non è più il suo. Sento che vuole andare via, che qui è rimasta solo la sua anima. Ancora legata profondamente a tutte quelle nostre, ma chiusa in un ammasso di dolore che non gli appartiene più. E’ ora di lascarti andare. E’ ora di non farti sentire il peso che lega le caviglie della tua libertà, che tarpa le ali al volo verso la Luce. Vai, amico mio, vai. Ricordati di me amico mio, ma vai. Cosa aspetti, la mamma vero ? Vado via, ma non andrei mai. Si lo so, non è quello che ho detto a tua mamma prima, ma non vorrei andare. Tienimi con te un altro pò, almeno il tempo per farti le mie scuse, almeno il tempo per un altro spritz, il tempo per un altro discorso, il tempo per un altro sorriso, per un’altra battuta, un’altra sigaretta, il tempo per un’altra ora che non c’è. Si, amico mio, vado via. Non sono io, amico mio, sono le mie gambe che non si muovono. Le do a te che non riesci più a camminare. Non sono io amico mio, ma la mia testa, che ha sete ancora della tua, dei tuoi pensieri, dei tuoi ragionamenti, della tua ironia, della tua intelligenza, del tuo sole, il sole che splendeva negli altri, anche in me. Si, amico mio, vado via, ma non riesco. Non ti vedo più amico mio, ma come deve essere stata dura entrare nel buio. Ti basta vedere attraverso l’acqua delle mie lacrime ? Si, amico mio, ora le asciugo, tanto tu non ne hai più bisogno. No, amico mio, non piango per te, piango per me. Ti porti via una parte di me, ma io mi tengo una parte di te. Per sempre.
Va ben, Ceo, se ‘asemo come sempre, se ‘asemo come i fioi, se ‘asemo come i cani, vienme a trovar co te pol.
Un altro sguardo amorevole mi comprende, perché non è finita finché non è finita, perché una sorella sa, conosce, capisce, perché una sorella protegge. Sempre. Mi mette una mano sulla spalla per accompagnarmi, per aiutare quel briciolo di forza che mi è rimasta per uscire, sapendo che mai sarei rientrato, sapendo che mai più lo avrei visito, mai più avrei potuto sperare. Il calore della sua mano mi aiuta, mi passa attraverso l’anima come una assoluzione, mi lava la paura di dover fare ancora qualcosa. Ora, quello che davvero si può fare è lasciarlo andare. 
Esco, senza rendermene conto, senza portare un sasso come ricordo, senza una vista da imprimere come una cartolina nella mia mente. I ricordi arriveranno, le foto le ho scattate tutte, sono solo riposte, per difendermi, per proteggermi. E tra i meandri stretti della mia mente, dove nemmeno un pensiero fatto a rivolo d’acqua riesce a penetrare, qualcosa di grandioso riesce a perforare quello scudo costruito in fretta e furia solo per salvarsi dall’impotenza. Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla, iudicandus homo reus. Ma quale reo, di cosa, Signore, di cosa è reo, di amare ? Di amare la sua bambina, sua moglie, i suoi amici, la sua famiglia, sua mamma ? Allora siamo tutti colpevoli. Io sono colpevole. Giudicate me. Colpevole secondo l’accusa. Ma dentro, mentre la melodia di perfezione assoluta di Mozart mi assale l’anima, mi sconquassa dappertutto, mi sbatte a destra e a manca come a svegliarmi dal torpore del dolore, sento le stesse note che cambiano, nella modulazione maggiore, dove un oboe riprende la linea del canto e mi ridona la pace: Huic ergo parce, Deus: Pie Jesu, Domine. Abbi pietà di lui, fagli il sonno lieve, fallo sentire a casa, stringigli la mano, abbraccialo da parte mia, con le tue braccia di Luce e di Carità. Le note non si spengono in testa, come a perdonare me e a perdonare tutti, per la rabbia, per il disincanto, perdonare la follia della vita, che anche quando è così insopportabile, ti urla che va vissuta, fino in fondo, fino all’ultimo secondo. 
Attraverso il giardino sommerso dal buio, ormai freddo ed umido come nei pomeriggi di Ottobre, la luce dei fari del parcheggio illumina la mia auto. Salgo. Non riesco a dire una parola. Potrei, dovrei forse, ma non riesco. Dentro l’auto è ancora più buio, più freddo, più umido. Acqua dentro alle ossa. Sabbia nella lingua. Guido senza sapere bene dove andare, solo con la consapevolezza di riabbracciare la mia bambina. Unico faro di speranza, in un mare tempestoso di dolore.
Chissà quanti prima di me, chissà quanti come te, chissà quanti dopo di noi. Inutile pensarci, non così almeno. Le energie bisogna trovarle per alimentare quel lumicino di vita che anche questa vicenda porta con se. Perché se si alimenta diventa un fuoco. Un fuoco che scalda le castagne e il vin brulè, un fuoco che alimenta il caminetto di casa, il fuoco delle grigliate con gli amici, il fuoco che accende il sigaro della vittoria, il fuoco che ridona la passione, il fuoco del sapere, il fuoco della Fede. “Non spegnerlo, non lo fare”, mi ripeto come un mantra, mentre il mio amico fa un altro passo verso la porta per l’infinito. 



Ognissanti. 
“Prendi le braci che lui ti lascia, soffiaci sopra, ravvivale, attraverso l’infinto, per sempre”.

lunedì 27 agosto 2018

Kramer vs Kramer

Ho letto un articolo che riporta il parere del Magistrato Carlo Nordio, relativo alla vicenda della nave Diciotti, di cui mi guardo bene dal commentare. Premesso questo, premesso che non ho verificato se si tratti di una notizia falsa o meno ed infine che non possiedo competenze specifiche, mi lascia davvero basito il fatto che due colleghi, presumo anche con notevole esperienza e deontologia professionale si esprimano su questioni di diritto in modo diametralmente opposto. 
Non sono avvocati che hanno l’obbligo di interpretare la legge, ma due Magistrati che dal più alto gradino di conoscenza giuridica si colpiscono a suon di articoli Costituzionali inopinabili. 
Significa, per me, che la magistratura intera è collassata e, invece di dare l’esempio, cerca sostegno nell’emozione dei cittadini supportati e l’incitati da giornalai travestiti da giornalisti.  
Tutti, da ignoranti, pretendiamo sentenze severe ed esemplari, quando invece dovremmo esigere solo sentenze eque o anche solo sentenze, visti i tempi di attuazione, ma soprattutto non dovremmo processare al posto di chi è preposto a farlo. 
Il collasso della magistratura equivale al collasso di uno Stato. 
Il tanto acclamato stato di diritto è morto ed uno Stato in queste condizioni pure. Lasciare liberi perfino i  delinquenti, quando non si è certi della colpevolezza è simbolo di grande civiltà e acume giuridico, ma mandare in galera innocenti ancora prima di averne fatto un regolare processo (o per un processo mediatico) è da guerra civile. 
Per inciso, dalle stesse parole di Carlo Nordio, tutta la questione andrà al vaglio del Senato che con probabilità molto alta non darà luogo a procedere. Per cui un nulla di fatto pagato dai cittadini (Magistrati e Ministri non sono enti privati). "Becchi e bastonai" o "cornuti e mazziati” a seconda della latitudine. 
Profetizziamo: quando succederà qualcuno urlerà a gran voce che se avessimo votato il referendum per l‘abolizione del senato,  si sarebbe potuto procedere e additerà i votanti “no" come complici. 
Spero di sbagliarmi, su tutto a questo punto, perché sono piuttosto avvilito. 

giovedì 24 agosto 2017

Don Piero, ad un anno di viaggio.

Il 5 Agosto di un anno fa, moriva Don Pietro Bordignon, sacerdote e professore di filosofia del Collegio Vescovile PioX di Treviso. Un uomo davvero incredibile, dotato di una intelligenza e di una cultura davvero impressionanti. Quello che più si amava di Don Piero era il suo essere davvero fuori da ogni tipologia di schema o di attribuzione sociale, dai quali metteva in guardia, con spiegazioni e dimostrazioni di logica filosofica, molte volte apparentemente contrastanti con il significato del Verbo, i suoi alunni. Questi hanno continuato a ringraziarlo, negli anni dopo il liceo, perché le pillole di saggezza, inculcate nelle giovani menti anche a suon di votacci ("due, e fa media"), sono rimaste indelebili e spessissimo usate come mezzo per le scelte dell'età adulta. 
L'ho sentito predicare nella mia Parrocchia, a Silea, e l'ho sentito proporre delle interpretazioni del Vangelo davvero stupefacenti, e rendere comprensibili a tutti, nelle omelie, molto spesso in dialetto veneto, concetti teologici complessi. Caratteristica, una, tipica dei più grandi e preparati professori universitari, l'altra delle persone semplici e vere. 
E' morto per un male incurabile, ma anche questo non ha scalfito di un millimetro la sua imponente Fede e la sua serena forza d'animo. 
Ha battezzato mio figlio Francesco, e uno dei ricordi più belli che ho di quella cerimonia, è che Don Piero si complimentò con me per cosa scrissi al mio piccolo "rinato".
Gli regalai le poche frasi scritte, e mi colpì, perché quando mi chiese perché non scrivessi di più, non mettessi nero su bianco le mie riflessioni, non seppi rispondere. Mi tolse d'imbarazzo lui, con un secco, repentino, banale, semplice, vero e duro "hai paura del giudizio degli altri". 
Oggi mi sono venuti in mano due suoi santini. In uno è scritto:"Se Dio esiste, allora davvero tutto è possibile". Non ci sono citazioni in calce. Mi è sembrata una frase troppo lontana dalle Scritture, ragion per cui, ricercando in rete, ho trovato una frase usata da Dostojevski:"Se Dio non esiste, allora tutto è permesso". 
Le due frasi sembrano simili, ma una è in positivo, l'altra è in negativo ed entrambe iniziano con Se, quindi esprimono un dubbio di partenza, un impostazione che renderebbe possibile anche il contrario. Direi quindi nella migliore delle tradizioni del ragionamento filosofico del professor Bordignon !
Nell'altro la frase è:"Ringrazio Dio Amore per il bene che mi ha donato di fare ed è alla sua misericordia, al suo amore, alla sua vita che mi abbandono nella piena consapevolezza della mia povertà e della mia radicale fragilità della mia fede e pregate anche per me". Non è forse la frase di un'anima semplice, vera e devota ? 
Per cui questa volta, caro Professore, ho scritto a Lei e senza paura, il mio augurio di una buona continuazione di viaggio. 


Don Pietro "Bordi" Bordignon
18 Agosto 1950
5 Agosto 2016




giovedì 3 agosto 2017

commenti in fb... "no, mi no vao a combatar"

Succede che molte volte risponda, a tono, a post di miei amici e conoscenti in fb. A parte che "il tono", in forma scritta non si può percepire, mi perplime  il fatto che questi post,  lunghi di commenti e risposte a questi, vengano poi chiusi, modificati, o peggio bannati. 
Se il popolo di un network ritiene giusto rispondere, far sapere la sua opinione, non vedo il motivo di rinunciare a farlo.
Si, è vero, può portare ad una perdita di tempo prezioso, oppure generare discordie e fastidiose incomprensioni tra gli utenti, magari molto amici nel privato, ma sto maturando la convinzione che non sia sbagliato e che nel tempo, anche questa forma di comunicazione appena nata, troverà un equilibrio. 
Molte volte ho sentito amici, molto amici, apostrofarmi con frasi del tipo:"ma cosa vai a rispondere, cosa ti immischi, Facebook serve solo per farsi i cazzi degli altri e come mezzo pubblicitario". 
Quindi, tutto sommato, continuiamo pure a postare foto di animaletti simpatici, tramonti, aforismi, spezzoni di frasi, battute, video, cazzate, selfies, tanto per passare il tempo e amen. Si, anche questa è una strada, anche DA ME percorsa, ovvio, ma sinceramente comincio a pensare che chi non risponde o si toglie da una discussione che magari lo tocca nel profondo, probabilmente non vuole attivare polemiche dannose e quindi voglia preserverare il suo stato "neutro", soffrendo in silenzio perché la risposta (le riposte) sarà, come dice Dylan, "Blowing in the wind". Oppure ha paura. Una paura fottuta di uscire allo scoperto, di mettere per iscritto qualcosa a cui pensa e che potrebbe, nel futuro, essere usata contro di lui. Mi fa tristezza.
Apprezzo chi mantiene la sua linea di pensiero, anche quando non è la mia, e che risponde alle provocazioni o alle accuse con profondità di pensiero e sforzandosi di usare meno emoticons e di strutturare un pensiero in Italiano, che in fondo è l'unico mezzo per far comprendere il proprio "tono".
Per quanto mi riguarda, non rispondo a tutto e molte volte sono costretto a non rispondere più perché non ne ho il tempo, ma mi è capitato di contestare post dal contenuto serio e drammatico e mi sono accorto che può essere molto importante per chi sta alla finestra, legge e magari, confuso, cerca anche un pensiero fuori dalla massa, che non necessariamente deve essere il mio. 
Insomma, è sempre stata chiara la mia battaglia personale al sapere dire di no. Ecco, penso che rispondere con un "NO, NON LA PENSO COSI' "(e ti dico il perché) sia doveroso. 
E' più facile estraniarsi, e lasciare che fb, ormai spazzatura superficiale, continui imperterrita a macinare Big Data, ma sotto a questa superficie esistono molte persone valide, che hanno esperienza, che studiano, che si informano e che rispondono alla arroganza di una massa, con cognizione di causa, senza etichettare, come fossero aforismi, temi importanti della nostra esistenza. 
Farsi domande, e trovare le risposte, è la forza che pervade l'umanità da quando ha cominciato a prendere coscienza di se. In tutti i libri di storia, religiosi o meno, in tutte le opera d'arte, in tutti i capolavori scientifici, questa continua alternanza non si è mai fermata. E' stata modificata, ha trovato altri mezzi per uscire allo scoperto, ma alla fine è una condizione di relazioni umane alla quale prima o poi dovremo attingere. 
Facebook, con tutte le sue mille porcherie e incomprensioni sia chiaro, è una piazza vastissima e ci consente di arrivare velocemente a discussioni e ad informazioni che prima avrebbero richiesto molto più tempo e probabilmente portato a nessuna risposta. 
Certo, essendo centinaia, queste informazioni, devono essere ben filtrate, per essere rese significative, ed il primo filtro che abbiamo a disposizione è proprio la voce fuori campo, il commento contrario, una visione diversa, una contestazione, magari ben circostanziata e nel contesto corretto, che ci dia la forza di approfondire. E' questo il NO che mi sforzo di portare, con il mio piccolo contributo. 
E' inutile lamentarsi che il mondo va male, e riempire le proprie bacheche di frasi coniate da altri, perché ritenute valide, se poi, al primo "non la penso come te", si scatena l'inferno. 
Tutto questo è reso più reale dal fatto che la contestazione, il più delle volte, porta ad offese e a toni dispotici e fuochi d'animo difficilmente estinguibili. Ebbene, è proprio questo il punto: perché ' ? E' totalmente ipocrita e contraddittorio rispetto a quello che un social network si prefigge di fare. Nella totale libertà di poter postare qualunque foto, pensiero o video o condivisione di altri, sembra che si sia persa la responsabilità dell'atto. 
Per cui se mi dai del coglione perché la penso diversamente, anzi perché mi faccio una domanda alla quale non sai rispondere, devi sapere che probabilmente il coglione sei tu che pensi di forzare la tua ragione a discapito di quella mia. Se poi te lo dico in faccia, commentandoti, alimento questa tensione e le offese prendono il posto del tema,  sfociando in un nulla di fatto. 
Quindi a questo punto meglio il lasciar perdere ? NO. Non lascio che anche per un solo secondo tu possa arrogarti il diritto di aver detto una stronzata perché mosso dalla tua passione più depressa. Intanto ti contesto, poi discutiamo, se vuoi, altrimenti amen, ma almeno qualcuno ti ha detto che potresti sbagliare. 
La gente non si accorge che il buono, il positivo, quello che tutti ricercano, c'è e nemmeno tanto nascosto. E' sepolto da una polvere di spot incontestati che pochi hanno il coraggio di spolverare con un commento contrario. Gli aforismi e le frasi delle verità assolute, condivise da testi di filosofie, sacre o laiche, godono della forza sibillina dell'eterno e per quanto belle, producono, in fb, solo like, non un mezzo abbastanza forte per rendere sereno il proprio pensiero esistenziale. Si vuol credere che sia così, ma per il tempo effimero di un post, che non riesce a maturare il nostro modus vivendi. Il commento in questo caso diventa quasi sacrilego, ma forse l'unico modo accettabile per svegliare coscienze altrimenti obnubilate dalla nebbia mediatica. 
Penso quindi che "l'andar a combatar", nella mia lingua natia, sia segno di civiltà, anche con un mezzo discutibile come un social network. 








martedì 20 giugno 2017

Patrizia Mora Choir, quelli che...colmano il vuoto.

Carissimi PMC, sono ormai molti anni che stiamo insieme. Non ho mai trovato il tempo di fermarmi e di voltarmi indietro e di riflettere su questo cammino.
Voi direte che non si fa, non ci si volta mai indietro. Io non sono mai stato d'accordo con questo modo di fare. Voltarsi indietro per rimpianti o rimorsi non si fa, ma voltarsi indietro per vedere quanta strada si è fatta sì. Non certo per sedersi sugli allori, o per smettere di camminare (e voi sapete bene cosa vuol dire camminare insieme E insieme a Lui), ma per togliersi di torno i fantasmi della paura. Perché se si è arrivati fino ad un certo punto, allora si può procedere ancora più in alto, verso altre e alte vette. Durante l'ultima pizza in compagnia, anche se io dovrei dire durante l'ultimo hamburger doppio di dinosauro al bacon, scherzavo amabilmente con alcune meravigliose coriste, chiamandole "quelle della vecchia guardia". Ebbene, ci siamo voltati indietro ed abbiamo scorto quando tutto questo è iniziato. Era la recita invernale del 2011 e un nutrito gruppo di mamme della scuola materna Maria Bambina mi aveva convinto a dirigere un coro di genitori con un semplice motivo: se vogliamo che i nostri figli si avvicinino al mondo, dobbiamo essere loro di esempio. Quale esempio migliore di salire  in un palco per cantare, con loro e per loro, un canto di Natale ? Ci sono molti ricordi e aneddoti di vita che non riporto, ma condivido con voi una sensazione: I sorrisi e la gratitudine. Nel poco che potevo fare, non ero e non sono certo esperto di direzione come Teo, si era fatto tantissimo. L'anno dopo è arrivato Teo e il balzo in avanti è stato fantastico. Ancora mi ricordo la mattina dopo la prima prova, entrando a scuola, alcune mamme fischiettare "Lift the Saviour Up". 
Sorrisi e gratitudine. Sorrisi e gratitudine. Sorrisi e gratitudine forse sono molto uniti. Gli uni implicano l'altra e il contrario, ma è bello nominarli in modo distinto ed hanno anche un suono bellissimo. 
Abbiamo acquisito altri coristi, abbiamo perso alcune figure storiche, ma a ma piace pensare che magari qualcuno sia andato via per prendere altre strade, seguire altri sentieri per altre cime, o forse, e in questo sta ancora una volta la grandezza di questo coro, per non essere di intralcio agli altri. Non parlo di intonazione, ma di visione di insieme. Si sono fatti da parte per non scalfire proprio quei sorrisi e quella gratitudine che regna ancora sovrana, ma sappiamo bene che troveranno sempre la porta aperta e che troveranno la stessa accoglienza.  
Durante la serata di giovedì scorso, sorrisi e gratitudine sono stati continui e magnifici. Ha ragione Teo quando dice che siamo noi maestri ad imparare da voi e non il contrario, e per quanto mi riguarda, vi ho già scritto che Elsa e la sua forza, restano per me un continuo ed inesauribile spunto di riflessione e di energia positiva.
Qualcuno di voi starà pensando:"bene, fino a qui tutto ok, mi sa che adesso parte il cazziatone". 
Ah ah ah, no tranquilli. Nessun cazziatone. Sapete bene che non sono così indulgente, calmo e leader come Teo, e nemmeno così spirituale, ma non è questo il luogo e non c'è nessun motivo per una mia esternazione sanguigna. 
Sapete bene che io amo la nostra umanità, con i difetti e i pregi, con le intonazioni da campane rotte o da flauti magici, con gli accordi presi in prestito o totalmente creati, con le discussioni sulle Scritture o i salami tagliati e divorati, con le frasi da filosofi o le chiacchiere da terzo tempo. 
Ho solo in mente, da molti giorni, una frase che ho sentito in un film che amo e che recita così: "Voi umani siete una specie interessante, un interessante ibrido: siete capaci di sogni di tale rara bellezza e anche di orribili incubi; vi sentite così sperduti, isolati, così soli, ma non lo siete e non lo siete mai stati. Nella nostra continua ricerca, la sola cosa che rende il vuoto sopportabile siamo noi stessi."
Penso che in questa frase ci siate anche voi: per i sogni di rara bellezza, perché non fate sentire solo nessuno, perché riuscite a riempire un vuoto ritenuto incolmabile. 

Grazie e...vi sorrido. 
Antonio


mercoledì 15 marzo 2017

GNC, verso il prossimo super live

Organizzare un concerto live non è cosa da poco. Occorrono giorni, ore, telefonate, pensieri, soluzioni, e di nuovo altri giorni, altre ore, altre persone da coinvolgere. Poi dipende sempre da cosa si vuole costruire, ma con i GNC, quando si avvicina l'appuntamento del concerto di inizio estate, il fermento per organizzare, costruire e finalmente esplodere il giorno del concerto è tangibile e non ci si accontenta di un palchetto, due casse e due luci. La visione è più simile al San Siro stracolmo di mani alzate . Alla faccia !

Quello che stiamo per pubblicizzare e che sarà il 27 maggio a Roncade si sta delineando come un evento sempre più complesso e carico di energia. Quando però si parla di GNC, la normale immagine di un concerto spettacolo cambia e diventa molto, molto, molto più significativa e grandiosa.
La frase che meglio stigmatizza questa situazione è presa dai Blues Brothers:"siamo in missione per conto di Dio". In effetti è proprio così e quando hai a che fare con Dio, quasi in modo automatico non ti accontenti di fare "poco". Devi fare più di quello che le tue forze ti consentono di fare, perché poi, alla fine, al resto ci pensa Lui. Potrei portare, ad unico esempio, di come le nubi si siano aperte solo in quel giorno e solo sul luogo del concerto, in una stagione di giorni di temporali e di come si siano riversate tonnellate di acqua alla fine dei titoli di coda. Sarebbe solo un esempio tra mille. Coincidenze ? Matrix ? Fattore "Ku" ? Non lo penso e vi porto il mio personalissimo perché.
Allora vi parlo di GNC e di cosa sono per me, che sono anche quello che tiene le fila di tutta l'organizzazione di tale concerto. 
Io non posso dire che con i GNC suono, perché si perderebbero moltissimi significati e sarebbe riduttivo. Il verbo più corretto sarebbe amo. Io con i GNC amo. 
Si, sembra banalissimo, a me si è cariato un dente solo quando l'ho scritto da quanto mieloso appare. 
Davvero però non mi viene altro verbo. Il concerto dei GNC non inizia quando in metronomo stacca il quattro. Non finisce quando il direttore augura la buonasera e ringrazia chi c'è stato. Non è la stessa sequenza di accordi, ne la stessa struttura del brano, tantomeno lo stesso significato o la stessa emozione. Ogni brano di ogni concerto non è suonato meglio o peggio, ogni ensemble di musicisti non è più o meno affiatato, non ci sono luoghi, piazze, Chiese o teatri dove il concerto risulti professionale o amatoriale. Non importa se alle prove mancano coristi, non importa se ci sono tutti o pochi musicisti, non importa se ci sono pezzi nuovi o meno, non importa se si è in ritardo o in anticipo. Le prove non sono mai uguali, e sono esse stesse concerti. E soprattutto: non mi spaventa se tra il pubblico ci saranno una, nessuna o centomila persone. Insomma è come dice il direttore Teo, questione di Amore che non è fatto di sentimenti, ma di altro.
Io accetto, esprimo la mia gratitudine, prego, piango, benedico, abbraccio, mi incazzo anche, borbotto, mi preoccupo, fatico, studio, provo, riprovo, do il massimo, non giudico (o almeno mi sforzo di non farlo), non sono giudicato, sono benedetto (dal verbo bene-dire), rido, scherzo, mi appassiono, trovo sinergie con gli altri musicisti, con i coristi, godo del loro sorriso, dei loro messaggi nella chat, della fellowship, dei loro occhi chiusi durante la preghiera pre concerto, mi faccio carico delle loro fatiche e preoccupazioni, anche in seno agli stessi GNC, e sempre sono stato ricambiato. Poi c'è qualcosa che non avviene in altre situazioni: anche solo una persona di quelle presenti, che ha cantato, ballato, gioito, pianto e pregato con te e per se e per te, viene a ringraziarti. Non ti dice che bene che hai suonato, ma che bene che sono stato. Non ti applaude per la musica, ma per il messaggio. Non ti chiede quando torni a suonare perché vuole riascoltare le stesse note, anche perché saranno diverse, ma perché vuole ritrovarsi in un momento di condivisione. Tu non ti aspetti nulla, e in cambio hai tutto.
Ecco, dovendo riassumere in una parola questo banale ma vero scambio di azioni e reazioni, non trovo di meglio che usare il verbo amare. Domani mi chiederanno quando suono ancora con i GNC. Mi verrà da ridere e forse consiglierò a chi me lo chiede di cambiare verbo: quando ami ancora con i GNC ?

E, come dice il Poeta: "L'amor muove il Sol e le altre stelle".


lunedì 12 dicembre 2016

Al mio amico

Partire è un pò morire, ma alla fine se si conosce quello che si lascia e si è consci di cosa ci ha dato, costruirsi un nuovo cammino sarà meno tragico di quello che si presume. Il nuovo spaventa, ma è pur sempre nuovo e cogliere l'opportunità, da saggio quale sei sempre stato, ti fornirà l'energia per vedere oltre e oltre costruire meglio e serenamente. 
Tuttavia non posso non pensare al vuoto. In un film che ho visto tempo fa, l'attore recitava: "quando vivi per molto tempo in un posto, tu diventi quel posto". Mai come oggi l'ho compreso fino in fondo. I molteplici pomeriggi, mattine, sere e notti passate da te, rifugiato in un antro che io definivo Paradiso, dove la libertà intellettuale era sempre presente e sempre era presente l'accoglienza e l'Amicizia, da oggi saranno un capitolo chiuso. Un capitolo lungo almeno 12 anni, dove ho letto, compreso e vissuto parti della mia vita essenziali come l'acqua per il corpo. Dove sono riuscito ad assimilare me stesso, a vincere paure, a sconfiggere il buio, a riposare l'anima e la mente. Perché tu lo devi sapere. Tanto lo sai solo tu che leggerai. Avrei voluto raccontare la tua storia, per gridare al mondo cosa sia l'onestà e cosa sia l'Amicizia. Tu, che ti definisci senza la Fede, ma con una visione del rispetto dell'uomo e della coerenza della vita che molti timorati di Dio nemmeno si sognano. Tu che hai sempre pagato  qualsiasi debito e che per coerenza civile hai chiesto aiuto senza scappare. Tu che nella discrezione più assoluta sei riuscito a far valere le tue convinzioni, democraticamente e pacificamente. Tu che hai elargito consigli preziosissimi a tutti coloro, me compreso, che, deficienti di lucidità e rigore logico e deduttivo si sarebbero persi in filosofie inutili e dannose. Tu che sei riuscito a farmi capire l'importanza della serietà professionale, del connubio tra arte e lavoro, dell'umiltà del lavoratore serio, dell'ironia del lavoratore capace, dello studio del lavoratore onesto. Tu che non mi hai mai fatto mancare un piatto, un calice, un sigaro, un film, una risata, una discussione da condividere. Tu che hai dato lustro alla mia vita, difendendomi di fronte agli altri, accusandomi in privato, consigliandomi per crescere, colpendomi perchè non mi facessi ancor più male. Tu che sei in una parola un Amico vero, di quelli che si contano forse tra le dita, e nemmeno tutte, di una mano. 
Grazie, è stato un onore camminare con te per questi 12 anni, è stato un onore poter fare qualcosa per te, anche solo venirti a svegliare all'alba delle due di pomeriggio per vedere con il sorriso che ancora eri qui a lottare. 
Con la stessa Amicizia, con la stessa forza, coraggio, discrezione, volontà, ironia, empatia, disincanto, intelligenza, saggezza e trova tu l'aggettivo che più ti piace, ti auguro, anzi...CI auguro un buon viaggio, tanto come ben sai...

..."li ci troveremo, come le stars a bere del whisky al Roxy Bar, oppure non ci incontreremo mai, ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso e in fondo ognuno perso dentro ai cazzi suoi"...